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A.N.D.O.S. (Associazione Nazionale Donne Operate al Seno) nasce a Trieste nel 1976 da una felice intuizione del Prof. Pietro Pietri (chirurgo di grande fama, scomparso nel 2002), che aveva deciso di mettere in pratica anche da noi le esperienze del “Reach to Ricovery” americano.

A.N.D.O.S. è stata riconosciuta dal Ministero del Welfare (Ministero della Salute) e da EUROPA DONNA quale Membro del Comitato per la Campagna Istituzionale di Informazione sulla prevenzione primaria e secondaria del tumore

Lo scopo era quello di offrire alle donne operate al seno un’ assistenza specifica, ampia ed attenta, volta ad aiutarle a superare i molti traumi legati a questa patologia.

Quando è stata fondata, nel 1976, l’Associazione A.N.D.O.S. onlus era un piccolo progetto con un grandissimo sogno. Le fondatrici e le prime volontarie, infatti, avevano intuito che il tumore al seno non era una “semplice malattia”. Era qualcosa di più complesso e profondo, una ferita non solo del corpo, ma anche dell’identità femminile, che richiedeva un supporto e un approccio specifici.?Da quei primi tempi pionieristici, A.N.D.O.S. onlus ne ha fatta di strada, sempre nella direzione di promuovere, avviare e sostenere ogni iniziativa che possa favorire una completa riabilitazione delle donne che hanno subìto un intervento al seno, sotto l’aspetto fisico, psicologico e sociale. A.N.D.O.S. onlus offre una sempre migliore professionalizzazione dei propri volontari attraverso aggiornamento e formazione. Insieme ai medici e fisioterapisti le Volontarie dell’A.N.D.O.S. frequentano ormai da alcuni anni i corsi di formazione promossi dall’Associazione e tenuti da Docenti universitari. ?In campo riabilitativo, le tecniche di linfodrenaggio dell’Associazione hanno fatto storia, e la presenza attiva delle sue volontarie anche negli ospedali è ormai considerata necessaria e complementare alla diagnosi e ai trattamenti medici e chirurgici.

’A.N.D.O.S. onlus  ha come la sua patrona Sant’Agata. Questa santa della quale il nome di origine greca vuol dire “buona, nobile di spirito” nacque a Catania circa all’anno 230-235. Agata apparteneva ad una ricca e nobile famiglia catanese, il padre Rao e la madre Apolla, essendo cristiani, educarono Agata secondo la loro religione. Sin da piccola sentì nel suo cuore il desiderio di appartenere totalmente a Cristo e quando giunse sui 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi a Dio. Studi più approfonditi indicano come più probabile la maggiore età di 21: non prima di questa età una ragazza poteva essere consacrata diaconessa. Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e durante una cerimonia ufficiale chiamata ‘velatio’, le impose il ‘flammeum’, cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate. Nel mosaico di S.Apollinare Nuovo in Ravenna del VI secolo, è raffigurata con la tunica lunga, dalmatica e stola a tracolla. Una diaconessa aveva il compito, fra gli altri, di istruire i nuovi adepti alla fede cristiana e preparare i più giovani al battesimo alla prima comunione e alla cresima. Nei primi tempi del cristianesimo le vergini consacrate, costituivano un’irruzione del divino in un mondo ancora pagano e in disfacimento.

Nell’anno a cavallo fra il 250 e il 251 il proconsole Quinziano, giunto alla sede di Catania con l’intento di far rispettare l’editto dell’imperatore Decio che chiedeva a tutti i cristiani di abiurare pubblicamente la loro fede, si invaghì della giovinetta e, saputo della consacrazione, le ordinò di ripudiare la sua fede e di adorare gli dei pagani. Ma si può pensare che dietro la condanna di Agata, la più esposta nella sua benestante famiglia, potrebbe esserci l’intento della confisca di tutti i loro beni. Ordinò che la catturassero e la conducessero al Palazzo Pretorio. Quando la vede davanti viene conquistato dalla sua bellezza e una passione ardente s’impadronisce di lui, ma i suoi tentativi di seduzione non vanno in porto, per la resistenza ferma della giovane Agata. La affidò per un mese ad una cortigiana di nome Afrodisia. Probabile che Afrodisia fosse una sacerdotessa di Venere, o di Cerere, e pertando dedita alla prostituzione sacra. Trascorse un mese, sottoposta a tentazioni immorali di ogni genere, ma lei resistette indomita nel proteggere la sua verginità consacrata al suo Sposo celeste, al quale volle rimanere fedele ad ogni costo. Sconfitta e delusa, Afrodisia riconsegna a Quinziano Agata dicendo: “Ha la testa più dura della lava dell’Etna”.

Allora furioso, il proconsole imbastì un processo contro di lei, che si presentò vestita da schiava come usavano le vergini consacrate a Dio; “Se sei libera e nobile” le obiettò il proconsole, “perché ti comporti da schiava?” e lei risponde “Perché la nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi del Cristo”. Memorabili sono i dialoghi tra il proconsole e la santa che la tradizione conserva, dialoghi da cui si evince senza dubbio come Agata fosse edotta in dialettica e retorica.

Il giorno successivo altro interrogatorio accompagnato da torture. Ad Agata vengono stirate le membra, lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate, ma ogni tormento invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuova forza, allora Quinziano al colmo del furore le fece strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che la risana le mammelle amputate.

Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”.Ormai Agata costituiva una sconfitta bruciante per Quinziano, che ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.

Secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava. Per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò una delle reliquie più preziose. Nei fatti il “velo” di colore rosso faceva parte del vestimento con cui Agata si presentò al giudizio, essendo questo l’abito delle diaconesse consacrate a Dio. Un’altra leggenda vuole che il velo fosse bianco e diventasse rosso al contatto col fuoco della brace.

Mentre Agata spinta nella fornace ardente muoriva bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano. La folla si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine ed il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo. Era il 5 febbraio 251.

Dopo un anno esatto una violenta eruzione dell’Etna minacciava Catania, molti cristiani e cittadini anche pagani, corsero al suo sepolcro, presero il prodigioso velo che la ricopriva e lo opposero alla lava di fuoco che si arrestò. Da allora S. Agata divenne non soltanto la patrona di Catania, ma la protettrice contro le eruzioni vulcaniche e poi contro gli incendi.

Nel 1040 le reliquie della santa, furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli, ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il Gilberto ed il Goselmo, le riportarono a Catania dopo un’apparizione della stessa santa, che indicava la buona riuscita dell’impresa. Le consegnano al vescovo di Catania Maurizio nel Castello di Aci. Il 17 agosto 1126, le reliquie rientrarono nel duomo di Catania. Questi resti sono oggi conservati in parte all’interno del prezioso busto in argento, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone(parte del cranio, del torace e alcuni organi interni) e in parte dentro a reliquiari posti in un grande scrigno, anch’esso d’argento (braccia e mani, femori, gambe e piedi, la mammella e il velo). Altre reliquie della santa, come ad esempio piccoli frammenti di velo e singole ossa, sono custodite in chiese e monasteri di varie città italiane e estere.

Fra tutte le città italiane di cui sant’Agata è compatrona, Gallipoli e Galatina, in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una reliquia di S.Agata, la mammella. Si dice che 1’8 agosto del 1126 S.Agata apparve in sogno a una donna e la avvertì che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo, ma poi in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, quella di S.Agata. La reliquia rimase a Gallipoli, nella basilica dedicata alla santa, dal 1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia, presso un convento di frati francescani.

Nei secoli le manifestazioni popolari legate al culto della santa, richiamavano gli antichi riti precristiani alla dea Iside, per questo S. Agata con il simbolismo delle mammelle tagliate e poi risanate, assume una possibile trasfigurazione cristiana del culto di Iside, la benefica Gran Madre.

Ciò spiegherebbe anche il patronato di s. Agata sui costruttori di campane, perché nei culti precristiani la campana era simbolo del grembo della Mater Magna.

Dal 3 al 5 febbraio, Catania dedica alla Santa una grande festa. Secondo la tradizione alla notizia del rientro delle reliquie della santa il vescovo usci’ in processione per la citta’ a piedi scalzi, con le vesti da notte seguito dal clero, dai nobili e dal popolo. Vi sono undici Corporazioni di mestieri tradizionali, che sfilano in processione con le cosiddette ‘Candelore’ fantasiose sculture verticali in legno, con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita di s. Agata. Il busto argenteo, preceduto dalle ‘Candelore’ è posto a sua volta sul “fercolo”, una macchina trainata con due lunghe e robuste funi, da centinaia di giovani vestiti dal caratteristico ‘sacco’. Tutto avviene fra ali di folla che agita bianchi fazzoletti e grida: “Cittadini, cittadini, semu tutti devoti tutti” .

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